di Maria Di Pietro
Riaffiora spesso nella memoria l'impronta di un'infanzia originaria: una figura bambina, intrisa di salsedine e sole, che corre a piedi scalzi tra la pietra e il mare per ricordarci la radice di ciò che siamo stati. Quella stessa presenza è riemersa dal buio del tempo attraverso una piccola stampa d'epoca in bianco e nero, ritrovata tra le carte d'archivio durante la nostra ricerca. Sulla superficie della fotografia, una bambina di appena un anno sperimenta il proprio equilibrio sopra una panca di legno antico. Una lama di luce radente le accarezza il volto, facendo risaltare la concentrazione lieta dello sguardo e le venature profonde della materia lignea che la sostiene. È un istante di grazia sospeso: la figura ondeggia lieve tra la penombra e la luce, precaria eppure salda, incarnando la metafora stessa dell'esistenza che muove i primi passi nel mondo. Scrutando con attenzione i margini dell'immagine, l'occhio scopre il dettaglio rivelatore di una presenza: sul lato destro, appena accennata oltre il taglio dell'inquadratura, affiora la mano di un adulto che porge un sostegno discreto senza trattenerla. La bambina guarda oltre, assorta nella conquista del movimento, il braccio sollevato a calibrare lo spazio, le scarpine dai lacci allentati già pronte all'avanzata. In quella postura d'inizio, trattenuta per sempre nei sali d'argento, si compie l'essenza dell'atto fotografico e del nostro stesso cammino: poggiare il passo nella luce con fiducia, imparando ad abitare il tempo e la memoria.
Taccuino d'Atelier / Agosto 2024

