di Maria Di Pietro
Custodire immagini non equivale a collezionare reperti, ma ad accogliere esistenze nella loro nuda verità. Concepisco questa ricerca come la costruzione di un'arca trasparente: uno spazio di luce e riflessione in cui i frammenti fotografici del passato, sottratti alla dispersione, incontrano la possibilità di una rinnovata narrazione. Nel silenzio della stanza, dove la luce filtra quieta sulle carte d'epoca, mi accosto a storie che non appartengono alla mia genealogia diretta, eppure risuonano intimamente con la mia esperienza. La ricerca si orienta con rigore verso le presenze rimaste a lungo ai margini del discorso storico: i volti delle donne e delle bambine. In quegli sguardi, trattenuti sul supporto argentico con dignità austera o fiera malinconia, si leggono le tracce di percorsi vissuti nell'ombra, desideri taciuti e geografie interiori sottratte alla memoria ufficiale. Le figure bambine, con la purezza intatta della loro posa, testimoniano quel tempo originario del gioco che precede la consapevolezza del trascorrere dei giorni. Cercare queste impronte tra i banchi impolverati dei mercati e i fondi dispersi non risponde a una curiosità anagrafica: non ricostruisco alberi genealogici, ma interrogo la materia visiva per farne affiorare il senso. Ogni ritratto ritrovato diviene una soglia temporale, una traccia sospesa che il presente sceglie di interrogare e preservare. In questo dialogo silenzioso tra la polvere e la persistenza dell'argento, il filo sottile che unisce la mia postura a quella delle donne ritratte si ricompone: custodire la loro memoria diviene, in ultima istanza, un modo rigoroso e necessario per comprendere e scrivere la nostra.
Taccuino d'Atelier / Memorie e visioni d'archivio
racconto visivo
instagram
